
di Vincenzo Vasciaveo – Comitato scientifico rete gruppi acquisto popolari, da controlacrisi.org
Quanto sta accadendo in Tunisia ha avuto inizio dalla protesta contro il rincaro dei generi di prima necessità nel Paese, che ha innescato poi il dilagare di un conflitto sociale, le cui ragioni più generali fanno capo allo scontro col regime autoritario di Ben Alì, ma essenzialmente dipendono dalla mancanza di prospettive specie dei giovani e nella messa in discussione delle condizioni materiali di vita.
Alla base di queste ragioni c’è sicuramente la crisi in atto nel Nord del mondo, il quale quindi non può più neppure rappresentare uno sbocco esistenziale di miglioramento della propria condizione sociale per la popolazione, in particolare delle fasce giovanili.
La crisi alimentare, causa appunto scatenante delle tensioni sociali in atto, ha essa stessa, però, radice nella dipendenza che la Tunisia soffre per quanto riguarda l’approvvigionamento di materie prime agricole, e cioè nel modello produttivo e di divisione del lavoro agricolo che il Nord del mondo impone a tutto il pianeta.
Inoltre la finanziarizzazione del cibo, che da bene primario diventa merce rifugio per la speculazione, produce uno sganciamento tra valore della produzione agricola e prezzo, determinato dai mercati finanziari sulla base dall’andamento della domanda speculativa.
Queste motivazioni sono alla base del rincaro drastico di pane, olio, zucchero e altri generi di prima necessità, fino al 40% in poco tempo.
Da tempo come Gap abbiamo posto il problema della sovranità alimentare come via d’uscita rispetto alle crisi alimentari, che saranno sempre più ricorrenti a livello internazionale, con esiti sempre più imprevedibili per le popolazioni via via toccate. La FAO stessa parla di 80 Paesi a rischio crisi alimentare.
Per sovranità alimentare intendiamo, sinteticamente, il diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie di produzione, distribuzione e consumo di cibo, che garantiscano il diritto all’alimentazione a tutta la popolazione, cioè la sicurezza alimentare ed emancipa dalla dipendenza dalle importazioni e dalle oscillazioni dei prezzi a causa della speculazione finanziaria.
Ma non esiste possibilità di costruire sovranità e sicurezza alimentare nel mondo se non a partire dalla sua costruzione in ogni Paese, dando corpo ad una progressiva deglobalizzazione dell’agricoltura.
Per far ciò accanto a politiche pubbliche coerenti con quest’obiettivo e che ne favoriscano l’attuazione concreta, è necessario costruire una organizzazione della domanda che, facendo perno su criteri mutualistici e di autorganizzazione sociale, sappia coniugare l’esigenza di calmierare i prezzi col sostegno all’agricoltura locale.
E’ questo lo spirito che anima i Gap e l’orizzonte della loro azione: la difesa delle condizioni di vita di lavoratori e pensionati anche attraverso l’organizzazione mutualistica dei modelli di consumo, orientati alla sostenibilità, e alla sovranità alimentare.
Non c’è altra ricetta contro le crisi alimentari e la fame nel mondo, aumentata in termini di popolazione assoluta che ne soffre, nonostante, anzi proprio a causa dei i modelli produttivi agricoli dominanti e dalla divisione internazionale del lavoro che ne consegue, che affama i produttori locali e che accresce la dipendenza alimentare dalle importazioni “drogate” dai mercati finanziari.
Da qui è partito anche il neocolonialismo agricolo che vede importanti Paesi correre a procacciarsi territorio agricolo nelle aree povere del mondo.
La crisi sociale in Tunisia è li’ a dimostrare anche la necessità di modificare il modo di produrre cibo, orientandosi alla sua rilocalizzazione, e con esso gli attuali rapporti sociali di produzione più in generale, oltre a dimostrare che la crisi economica del Nord tenderà a scaricarsi a sua volta su un Sud già provato dalle rapine perpetrate a suo danno in questi decenni. Il cibo deve essere considerato un bene comune, sganciato dalle logiche finanziarie di mercato. L’alternativa è che , dopo petrolio e acqua, diventerà (lo sta già diventando) la causa dei prossimi conflitti nel mondo.

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