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L’ESPERIENZA DELLA SCUOLA DI ITALIANO DEL GAP [COMPLETA]

di Rossella Ratti, Scuola di italiano del GAP

Lo so da sempre il tempo libero è il dono più bello che ci è dato da mamma natura, dalla società civile o da chi volete. Qualcuno, particolarmente baciato dalla sorte, riesce ad averne a sufficienza anche ‘da giovane’.

La maggioranza (e nemmeno tutti) riescono almeno a conquistarlo al momento della pensione  che è un momento magico e unico, di colpo ti si spalanca davanti l’universo di tutte le cose splendide che avresti voluto fare, dei posti che avresti voluto vedere, le ore da passare a chiacchierare e hai sempre rimandato o compresso in spazi piccolipiccoli, perchè la sveglia non c’è più e gli orologi ci sono poco.

Io avevo una scelta sterminata, tutte cose e persone irrinunciabili, quindi il problema è fare una graduatoria comunista, storica, almeno aspirante un senso del dovere sociale che vince sempre contro chiunque.

Alla storica comunista con un sacco di amici ritrovati, del tempo resta, anche perchè restare deve.

Chiesto a “pane quotidiano”: non hanno bisogno.

Chiesto all’orfanatrofio: non hanno bisogno.

I canili sono lontani.

ecc……

Le suore della “casa dell’accoglienza” mi hanno dirottato alla scuola di italiano per migranti, quella di via Dante.

Trauma e sconvolgimento….

Di colpo, senza avere la più pallida idea di che accidenti fare, io che ero andata là solo per annusare un pochino l’aria, mi sono trovata in una stanzetta col gruppo 2zero meno” (in una graduatoria che andava da zero a uno).

Sempre detto che a volte il mondo si fida di me un po’ troppo. Però, sarà per le presenze grandi che aleggiano da quelle parti, è venuta fuori una cosa carina. Certo, la fatica solita di preparare da capo una cosa che non hai fatto mai, o quasi.

Perchè insegnare ad un egiziano seduto di fianco ad un marocchino, di fianco ad un “arabo” analfabeta, con uno che sa un tantino di inglese e un altro un tantino di francese e un altro un tantino di niente, richiede, non so bene, ma forse soprattutto la capacità di reggere a quella che è davvero una responsabilità grande (perchè non c’è il prof dell’ora dopo che è più bravo e, almeno in senso lato, rimedia).

La capacità, all’inizio, di trovare un appiglio qualunque in un’infinità sconosciuta in cui ti senti (e non hai mica torto) del tutto estranea e impreparata. Perchè intorno hai solo cose che tu non conosci o non conosce lui, un mondo adulto che non hai mai incontrato così da vicino, e fra lui e la sua non-comunicazione col mondo, quello con cui deve invece per forza comunicare, ci sei (quasi) solo tu.

E non hai i tre anni che hai alle medie, per insegnargli un minimo decente, e nemmeno 5 ore tutti i giorni, quando invece le cose che deve imparare sono tante di più e tanto più urgenti. Quindi tempo non ne puoi sprecare, devi scegliere bene quali sono le cose più importanti e il modo più efficace, che richieda meno tempo, che è, sempre, poco.

Tanta voglia di provarci, un po’ di improvvisazione artistica (disegni, mimi, oggetti, facce, esclamazioni e tutto quello che ti viene in mente, che, scopri stupita tu per prima, è tanto), scoprire di quali cose ha bisogno un adulto, con un sacco di problemi, con interessi e testa adulta, ma il lessico di un “duenne”.

Aver insegnato ai bimbi italici ti aiuta un po’, per trovare un metodo fai probabilmente meno fatica di chi l’insegnante non l’ha fatto, ma per i contenuti, per niente, anzi. A scuola non hai mai dovuto spiegare fra le cose più importanti di tutte, come – quando – dove cercare un medico, un’ambulanza, far capire che stai male, cosa ti serve, da che avvocato puoi andare, chi ti tutela (un po’) ecc…

Tutte quelle cose per cui ci sono i genitori, e ad un ragazzino, di doversela cavare da solo non viene neanche in mente (per fortuna). L’ora la sanno leggere e via così…

Però, qualcosa succede. Mi ricorderò sempre una discussione lunga e infervorata, sotto la pioggia, (la scuola di via Dante chiude alle 19.30.00, indipendentemente dal meteo) con un “bimbo” egiziano a cui cercavo di far balenare l’idea che, magari, forse, ecco… qualcuno (io…) dell’esistenzza di un dio qualsivoglia non è per niente certo. A lui erano precipitate le pupille sull’asfalto (bagnato) perchè l’ipotesi non lo aveva sfiorato proprio mai. Siamo andati avanti così (come, non saprei bene) per un sacco di tempo, finchè lui ha concluso trionfante ” vedi? piove. dio c’è’ (traduzione da un testo che … beh…). Che mi è sembrata una dimostrazione non proprio logicamente ineccepibile ma molto poetica dell’esistenza di dio. Contenti e fradici.

Per dire:

(…) Dopo l’esperienza in via Dante, che mi ha dato un sacco, certo, mi sono chiesta perchè non creare un’opportunità “laica” in una Cinisello che in questo campo non offre un gran che. E, sentiti, ascoltati, discusso, cercato …

Il “lavoro” fatto con i compagni di Rifondazione e altri “volontari” sparpagliati è stato un po’ duro e confuso. Nessuno di noi aveva mai creato dal niente qualcosa di simile e vi assicuro che le possibilità sono miliardi. Il dove e il quando li puoi rimandare e in fondo non sono difficili, ma: un “programma”? Non esiste.

E’ passata la legge che prevede l’esame di italiano per avere la cittadinanza orale, sì, ma anche scritto!! ( ma, i leghisti sono esonerati?), quindi non puoi fare “conversazione libera” e basta. Ma arriva la prof Molteni con i soccorsi.

Ma: chi “iscrivi”? I gruppi che puoi fare son pochi (spazio) quindi devi scegliere. E le donne islamiche? Un gruppo femminile? E quelle con bimbi piccoli? Possiamo fare babysitteraggio durante? Probabilmente no.

Su quanti “prof” puoi contare, quali competenze sono indispensabili? In che orari? Il mattino è meglio per qualcuno, ma i pomeriggio per qualcun altro.

Ma la discriminante più importamte è il loro lavoro, che oggi c’è, domani forse, dopodomani non si sa, ma l’orario non si sa mai prima, quindi, evitando la sera, quando, dati i lavori che fanno, sono sicuramente stanchi e meno lucidi, rimane un unico orario possibile, che poi è lo stesso che fanno in via Dante, una cosa a cavallo fra il pomeriggio e la sera.

Deciso: martedì, dalle 18,30 alle 20,30. Ma: come “recluti”, prof e alunni ? E come fai sapere agli “utenti” che sta per aprire questa cosa che forse aprirà? ecc……………..

Abbiamo deciso, da veri eroi, di cominciare subito nei due mesi estivi, coprendo così il periodo in cui la scuola di via Dante è chiusa: due mesi senza lezioni sono tanti, quindi luglio e agosto siamo rimasti aperti, anche se abbiamo scoperto poi che, mentre a luglio la frequenza è stata più o meno costante, ad agosto per niente (dovevamo forse pensarci. Cosa restano a fare a Cinisello ad agosto? anche per vendere borse è certamente meglio Rimini……..).

Ritrovati a settembre, abbiamo iniziato con diffusione martellante (articoli, telefonate, mail, volantini e tutto quello che ci è venuto in mente), anche se poi abbiamo scoperto che IL modo che ha funzionato è stato soprattutto il passaparola: il vicino di casa di uno di noi, il genero di un altro…

Un decollo comunque lento, e in fondo è stato meglio così. Abbiamo potuto, lentamente anche noi, adattarci e cambiare rotta ogni volta (spesso) che è stato necessario, perchè il “programma” che hai più o meno in testa non va mai “bene” davvero.

Nel mio “gruppo” ci sono un nepalese ed un colombiano, entrambi laureati e che fanno, in Italia, dei lavori assurdamente squalificati e squalificanti (il rapporto ideale sarebbe, certo, 1/1, ma impossibile per questioni di spazio e di numero di prof, però non siamo mai troppo sopra).

E insegnare italiano, che loro non conoscono per niente, a chi è laureato in qualunque lingua, è molto diverso, ad esempio, dall’insegnare al gruppo di senegalesi, che sono arrivati alla spicciolata.

Uno all’inizio, e poi praticamente l’intera comunità senegalese di Cinisello (piccola), che oltre a non conoscere l’italiano, non conoscono l’inglese nè il francese: scuola, certo, ma scuola coranica e quindi solo arabo.

Ora, dopo un inverno di lavoro che non si può non definire duro, stiamo pensando di passare a due pomeriggi alla settimana, necessari, per loro, che in quanto a “compiti a casa” scarseggiano un po’ e sarebbero superfelici di venire.

Hanno, d’altronde, quasi tutti un senso del dovere, soprattutto personale, che stupisce, soprattutto chi ha avuto a che fare tutta la vita con i bimbi italici.

Sentirmi dire “grazie, grazie, grazie mille” (quando di parole ne sanno così poche…) alla fine di una lezione, all’inizio mi sbalordiva, e ancora adesso mi fa sorridere.

Ma anche loro, sempre, un sorriso di commiato, una stretta di mano (in “classe” ???), come a sottolineare che non siamo estranei, non siamo “prof e alunno”.

Le mani si toccano, ogni volta, perchè noi siamo “noi”. Ci stringiamo la mano, ci guardiamo bene negli occhi e ci sorridiamo. Siamo “noi”.

Perchè, dico a chi insegna nelle scuole “normali” e magari potrebbe farsi un giretto da queste parti, insegnare così, ti dà infinitamente di più la sensazione che stai facendo una cosa che serve a qualcuno, ma la differenza grande è che questo qualcuno se ne rende conto in quel momento lì, e non dieci anni dopo, quando viene a dirti “eh, prof…… aveva ragione lei….”

Ti dicono “grazie”.

Si sentono grati, e non (credo) perchè sanno che lo stai facendo gratis, ma perchè stai facendo una cosa che per loro è indispensabile e non c’è nessun altro che la fa.

E tu pensi che ne vale la pena.

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