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Rassegna stampa

> Meno strade, più treni, più tutele per il lavoro e salario sociale.

Intervista a Vittorio Agnoletto di Simona Mantovani, dal quotidiano Metro del 25 marzo 2010

Agnoletto, lei ha firmato il patto proposto ai candidati dai pendolari: che cosa si può fare, concretamente?

La situazione dei treni è nota ed è inaccettabile: bisogna investire sull’ammodernamento, in quantità e qualità, perchè nell’area metropolitana ci sono 5 milioni di pendolari, calcolando andata e ritorno. I soldi si trovano non investendo nell’alta velocità. è chiaro che non lascerei una linea a metà, ma l’Av la usano in pochi, e molti sono obbligati perchè sono spariti gli Intercity. Bisogna responsabilizzare lo Stato sui suoi doveri.

Uscirebbe da Tln?

No, la sinergia fra Trenitalia e LeNord è utile per ottenere un sistema integrato di trasporto pubblico, per togliere auto dalle strade, ma il punto è: ci sono i soldi?

Anche contro l’inquinamento, quindi, la soluzione è l’integrazione con le esigenze private. Come?

La giunta Moratti ha varato l’Ecopass che è uno specchietto per le allodole perchè i soldi degli ingressi non sono stati investiti nei trasporti. La Regione ha investito nella brebemi, non sugli interporti per fermare i camion fuori città.

Bocciata anche la Brebemi.

Mi faccia fare una battuta: le strade sono come gli armadi, più ne hai più li riempi. Il risultato è che quando li apri ti frana tutto addosso. Ci ritroveremo circondati di auto e inquinamento.

Il lavoro; cosa farebbe se diventasse presidente?

Userei di più i fondi europei per le aziende, che sarebbero obbligate a non delocalizzare. Tutelare chi l’ha perso, anche le partite Iva: non tutti sono ricchi, la maggior parte è obbligato ad aprirla. E darei un salario sociale agli atipici senza lavoro: sul modello danese, mille euro al mese per 2/3 anni durante i quali lo Stato ti fa fare corsi professionali e ti propone altri impieghi entro un tot di chilometri.

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> Siamo l’unica alternativa in campo. Da queste elezioni il primo passo per unificare le forze a sinistra del Pd.

Intervista a Vittorio Agnoletto di Rodolfo Sala, da Repubblica del 24 marzo 2010.

«Ai cittadini lombardi chiedo un voto che serve oggi per costruire un’opposizione intelligente, e domani un governo di vera alternativa al formigonismo». Lo dice Vittorio Agnoletto, candidato governatore della Federazione della sinistra.

Dunque la «vera» alternativa siete voi…

«Difficile negarlo. Provo a dirlo con le parole di Moni Ovadia, che insieme a Dario Fo, Franca Rame, Margherita Hack, Paolo Rossi e altri è candidato nel mio listino: il programma di Penati è la fotocopia sbiadita di un originale, quello di Formigoni. Vuole un paio di esempi?»

Prego.

«Entrambi pensano che l’Expo sia una grande opportunità per Milano. Così com’è progettato, invece, rischia di diventare la porta d’ingresso della ‘ndrangheta negli appalti e di produrre un saccheggio ambientale fondato sulla speculazione edilizia. Poi l’immigrazione».

Cioè?

«Penati è quello che da presidente della Provincia propose di multare, sulla base del codice della strada, gli islamici che pregavano col tappetino sui marciapiedi».

La cosa più importante di questa sua campagna elettorale?

«L’appoggio ricevuto da parecchi esponenti della cultura democratica milanese e lombarda: persone diverse tra loro e anche distanti dal mio percorso politico, che tuttavia vedono nella mia candidatura una speranza di alternativa. Tra coloro che hanno sottoscritto un appello al voto per me c’è anche Milly Moratti. Con loro, e con tutti gli elettori, io ho assunto un impegno solenne».

Quale?

«Fare di queste elezioni regionali il primo passo per riunificare tutto ciò che c’è a sinistra del Pd e invertire l’andazzo degli ultimi anni, contraddistinti da divisioni e scissioni che non hanno più senso».

I capisaldi della vostra opposizione?

«Innanzitutto difesa della scuola pubblica. Su 61.130 buoni scuola distribuiti nel 2008-2009, 61.125 sono andati a scuole private. Ne hanno usufruito 8.713 famiglie con reddito superiore agli 85mila euro, e altre 265 con reddito tra i 140 e i 200mila euro».

Poi?

«La sanità. In Lombardia più di dieci cliniche private sono sotto inchiesta con l’accusa di aver gonfiato le richieste di rimborso alla Regione. Oltre 80mila cartelle cliniche sono nelle mani dei magistrati. Questa è l’emergenza, ma più in generale Formigoni sta usando le eccellenze sanitarie, che ci sono eccome, per finanziare i privati».

La prima proposta che farà da consigliere regionale?

«Il Pirellone è travolto dalla corruzione del rapporto tra politica e affari, propongo di istituire una commissione sulla trasparenza negli appalti composta per il 50 per cento da rappresentanti della società civile e presieduta da un esponente di Libera, l’associazione anti-mafia di don Ciotti».

Queste elezioni sono a forte rischio di astensionismo: preoccupato?

«In una fase di grandissima crisi economica i ceti più deboli hanno il bisogno assoluto di avere una sponda istituzionale in regione. Se non c’erano i nostri al Pirellone, il prefetto neppure avrebbe aperto un tavolo di confronto Innse. Per questo dico che l’astensionismo è un lusso che a sinistra nessuno si può permettere».

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> IL FORMIGONISMO SCRICCHIOLA, IL PD GLI DA’ OSSIGENO. LA LOMBARDIA TRA ARROGANZA DEL POTERE E OCCULTAMENTO DELLA CRISI

Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 9 marzo 2010

1 marzo 2010: l’ufficio elettorale presso la Corte d’Appello di Milano dichiara inammissibile la lista regionale di Formigoni perché troppe firme presentate non sono regolarmente autenticate. Si mormora che il “casino” sia dovuto a una modifica in extremis del listino, perché oltre alle candidature premio già presenti, cioè il fisioterapista del Milan, l’igienista orale di Berlusconi e il geometra di Arcore, andava aggiunto anche un tal Riparbelli, addetto alla gestione del palco del premier.
5 marzo 2010: per prima volta manifestano insieme i lavoratori di tutte le aziende di telecomunicazioni del milanese, dall’Italtel alla Nokia Siemens Network. Un settore tecnologicamente maturo e strategicamente decisivo, ma in profonda crisi a causa delle delocalizzazioni e dell’assenza di una politica industriale. I lavoratori sono più di mille e ci sono pure molti sindaci dell’hinterland. Hanno chiesto un incontro a Formigoni e all’Assessore all’Industria, tal Romano La Russa (unica qualità conosciuta: essere il fratello del Ministro), ma vengono bellamente snobbati. La vicenda delle liste elettorali non c’entra, perché succede così abitualmente davanti al Pirellone.
Infatti, l’elenco dei lavoratori snobbati è sterminato e comprende anche gli operai dell’ex-Alfa di Arese, sulla cui pelle Formigoni aveva fatto buona parte della sua campagna elettorale di cinque anni fa.
Due date, due eventi. Il primo è diventato un fatto politico dirompente a livello nazionale, il secondo è stato ignorato persino dalla stampa locale. Ma nel loro insieme rispecchiano fedelmente lo stato delle cose nella più ricca e popolosa regione italiana, dopo 15 anni di ininterrotta occupazione del potere da parte dello stesso uomo, Roberto Formigoni, e della sua lobby politico-affaristica, cioè Comunione e Liberazione.
Arroganza del potere, sciatteria politica, regole scritte e riscritte ad hoc e su misura fanno il paio con l’occultamento della gravità della crisi economica e occupazionale. In altre parole, questi giorni non sono altro che una sintesi istantanea del “modello Formigoni” realmente esistente, qui e oggi: strapotente e strafottente più che mai, ma anche sempre più ammaccato, corroso da una montante questione morale, e sostanzialmente afono di fronte crisi.
In questa legislatura si è rafforzata ulteriormente il potere degli uomini di Cl, che ormai predominano non soltanto nell’apparato amministrativo in senso stretto, ma in tutto il sistema regionale, e che sono tra i principali beneficiari della privatizzazione assistita dei servizi, con la sua equiparazione tra pubblico e privato (sanità, formazione professionale, istruzione, servizi al lavoro, edilizia sociale ecc.).
Dall’altra parte, era proprio la consapevolezza di dinamiche di questo tipo a motivare storicamente il principio base del presidenzialismo: il limite dei due mandati. Ma qui non siamo negli Stati Uniti, in Francia o in Brasile. Qui siamo nel paese del “partito del fare” e quindi chi se ne frega di formalità burocratiche come il numero dei mandati o la separazione dei poteri. Insomma, il “decreto interpretativo” di Berlusconi non è proprio un’innovazione.
Affari pubblici e interessi privati sono oggi terribilmente confusi al Pirellone ed è da qui che nasce quella questione morale, che va da vicende come quella del finanziamento pubblico alla scuola privata, denunciata soltanto da noi, fino al numero crescente di inquisiti e inchieste.
Questione morale, liste con firme irregolari, immobilismo di fronte a un fatto epocale come la crisi, tutto indica che dietro la corazza apparentemente impenetrabile qualcosa inizia a scricchiolare; che il modello è sì egemone e potente, ma che ha perso vigore, spinta.
Siamo di fronte a una situazione delicata. Perché la contraddizione tra l’inizio della fase senile, mitigata soltanto dalla tenuta leghista sul fronte destro, e l’assenza di un’alternativa credibile, di una via d’uscita a sinistra, è potenzialmente pericolosa.
Per questo avevamo proposto al Pd un confronto unitario, che mettesse al centro due punti: la questione morale e il lavoro. La risposta è stata Penati, la polverizzazione dell’opposizione e il continuismo.
A questo punto, avendo il Pd regalato a Formigoni la certezza della rielezione, è decisivo che il prossimo Consiglio veda la presenza di un’opposizione che faccia il suo mestiere senza balbettii e che contribuisca a preparare il futuro. E questo significa, molto concretamente, lavorare perché la Federazione della Sinistra superi lo sbarramento del 3%.

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> Emilio Molinari: vi dico di votare Fds e ci metto la faccia.

Formigoni e Penati sono intercambiabili”
di Checchino Antonini (da Liberazione del 9 marzo 2010)

«Lungi da me l’idea di entrare al Pirellone, di essere un candidato a qualcosa di istituzionale, la mia presenza nel listino di Agnoletto è una vera e propria adesione a una forza politica che rischia di essere cancellata. E’ una dichiarazione di voto esplicita, con forza, per la Federazione della sinistra».
Emilio Molinari, 71 anni, è stato tra i fondatori dei Cub (i comitati di base) alla Borletti, poi in Avanguardia Operaia, da lì in Dp fino alla scissione arcobaleno della fine degli anni ‘80. E’ stato consigliere comunale a Milano, poi alla Regione e deputato europeo e senatore. «Non ho alcuna voglia di ripetere l’esperienza istituzionale», insiste col cronista. D’altronde potrebbe sedere al Pirellone solo se il candidato presidente, Vittorio Agnoletto, arrivasse tra i primi due.

Fantascienza pura. Dunque metterci la faccia – come hanno fatto, tra gli altri, Paolo Rossi, Margherita Hack, Dario Fo e Franca Rame. Moni Ovadia e il “supergiovane” Mangoni – è prima di tutto una critica a una vocazione bipolare e suicida del Pd, fuori e dentro i confini lombardi. «Il bipolarismo tenta di diventare bipartitismo a colpi di sbarramenti, è una manomissione, una riduzione della democrazia. Chi pratica quest’avventura ha visto il suo partito ridursi rompendo una dialettica tra moderazione e radicalità politica. Il Pd, oggi, è una sommatoria di interessi economici e di feudatari privi di un orizzonte politico qualsiasi. Sono 18 anni che il Pd sta perseguendo questo obiettivo ma non ha guadagnato un solo voto, ha solo consegnato milioni di voti all’astensionismo. Bisogna fare in fretta – avverte – a costruire un’alternativa e questa si fa mettendo insieme quello che c’è, in relazione con i movimenti e sarà un percorso difficile ma Rifondazione ne sarà parte integrante»».

La strada di Molinari nel Sole che ride termina nel ‘94. «Da allora – racconta – sono libero da ogni vincolo di partito e mi sono dedicato ai movimenti». Sono stati anni di pratiche e riflessioni tra il Chiapas, la Bosnia, Porto Alegre.
Il 2001 lo vedrà attivo nei forum sociali mondiali e vicepresidente del Contratto mondiale per l’acqua.

C’è un filo rosso tra questa storia e Vittorio Agnoletto, « la sua militanza nei movimenti, la comprensione del legame di orizzonte stratetigico tra movimenti e forma della rappresentanza». E un filo, ancora più marcato, con Basilio Rizzo che ha una biografia politica simile a quella di Molinari, «battitore libero,il miglior consigliere comunale della storia di Milano, mai piegato a tacere le malefatte amministrative». Alla radice della dolorosa rottura del cordone ombelicale con Dp («ma non dei principi e delle affettività») ci fu l’insofferenza per i paradigmi del ‘900: «L’ambientalismo non è l’approccio esatto – dice oggi al cronista di Liberazione – un altro approccio l’ho appreso via via dal Chiapas a Porto Alegre. Parte dalle grandi risorse che vengono a mancare: se nel XX secolo lo scontro è stato sui mezzi di produzione, nel XXI è sui mezzi di riproduzione – aria, acqua, terra, energia – oggetto di appropriazione e mercificazione. Un salto di qualità spaventoso che ci obbliga a riparametrare la politica. Lo scontro capitale-lavoro assume la dimensione del conflitto tra multinazionali e umanità. L’idea di cambiare il mondo diventa l’idea di salvarlo e anche i tempi non sono più i tempi di un futuro indefinito». L’acqua pubblica, per Molinari, è riuscita a diventare il terreno di battaglia più concreto: «Si può anche vincere, il referendum è possibile e l’acqua pubblica è una delle istanze che arriva dappertutto, dalle parrocchie ai leghisti, scava nel Pd, feroce privatizzatore. Anche qua, la Federazione deve entrare in campo con convinzione, operare un salto di qualità».
Tutto ciò Molinari lo legge nel concreto della vicenda lombarda dove la «globalizzazione dei mercati e della merce lavoro» ha distrutto quel tessuto operaio «altamente professionalizzato e combattivo, che aveva contagiato il pubblico impiego» e da cui erano partite le grandi spinte per «il più avanzato sistema europeo di welfare (le 150 ore, lo Statuto, la riforma sanitaria ecc…). Anche il tessuto della piccola impresa, all’origine, era composto da operai che arrivavano dalle grandi fabbriche e diventavano padroncini. La Lombardia è lo specchio della rabbia operaia che vede franare tutto con la globalizzazione e a cui la sinistra non ha dato risposte ma s’è consociata col craxismo. La tangentopoli milanese è un comitato d’affari che riguarda tutti».

«E Penati è intercambiabile con Formigoni – continua Molinari – Legacoop e Compagnia delle opere si scambiano dirigenti, si spartiscono appalti, si dividono aree di intervento. E, adesso, assieme, danno l’assalto agli appalti dei servizi pubblici e dell’Expo». E’ una questione settentrionale del tutto diversa dalla vulgata dominante: «La questione settentrionale è il Po se smettessimo di vederlo come questione ambientale. E’ una grande questione sociale, del lavoro e del diritto e quindi dell’ambiente. Il Po non sta bene per niente per i prelievi forsennati, per il 14% di cemento in più all’anno rispetto al 4% delle altre Regioni. E che dire dei quasi sei milioni di maiali e del Veneto che è l’ allevamento di polli più grandi d’Europa o il Trentino che è il più grande consumatore di pesticidi d’Europa: si scarica tutto sul Po».

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> Elezioni / Formigoni o Penati? “Tra zuppa e panbagnato, preferisco mangiare bene”.

LOMBARDIA
«Da Milano un segnale di speranza alla sinistra»
Parla Agnoletto: «Cultura e lavoro»

di Loris Campetti (da il manifesto di domenica 28 febbraio 2010)

Chi si rivede, Vittorio Agnoletto. Compagno di sempre, collaboratore di questo giornale dai tempi in cui faceva il medico del lavoro, o si batteva con la Lila contro l’Aids. Vittorio e i giorni terribili del G8 di Genova, Vittorio all’Europarlamento dalla parte dei movimenti e dei popoli sofferenti di mezzo mondo. I movimenti, quasi una religione per lui, anche se ammette che «non è certo una stagione dei cento fiori, quella che viviamo, e non è vero che a una politica marcia corrisponda una società in ottima salute». Ma ha anche una passionaccia per la politica, Vittorio.

«Mi metto a disposizione», ha detto alla Federazione della sinistra quando ormai i giochi in Lombardia erano fatti e l’ipotesi di una presentazione unitaria delle forze alla sinistra del Pd si era infranta. Per molteplici colpe, certo, resta il fatto che la Sel si è imbarcata sul carro di Penati. La Puglia è lontana da Milano. Eppure, in un processo di nuova frammentazione, la candidatura di Agnoletto non appare minoritaria, almeno in quel pezzo di Lombardia che sta con la cultura e con gli operai sui tetti, tra gli ambientalisti, con chi si impegna nella difesa dei beni comuni. Il listino del candidato presidente è di tutto rispetto: da Dario Fo e Franca Rame a Moni Ovadia, da Margherita Hack agli operai in lotta, da Emilio Molinari all’amministratore delegato di Radio Popolare Sergio Serafini, a Paolo Rossi. E ancora, medici, ambientalisti, insegnanti. Si può dire che il cuore dell’altra Lombardia, quella non omologata alle culture e alle politiche dominanti, sta con Agnoletto.

Vittorio, ma chi te l’ha fatto fare?
La voglia di dimostrare che in questa regione cruciale è possibile portare in consiglio regionale una rappresentanza della sinistra diffusa, che esiste e resiste. Senza la mia candidatura non ci sarebbe stata alternativa.

Alternativa a che cosa?
A turarsi in naso e votare per Penati, o restare a casa disertando le urne. Penati non propone un modello sociale diverso da quello di Formigoni, punta anch’egli sulle grandi opere, lasciando deperire la cultura produttiva. Addirittura, su questioni per noi centrali come l’immigrazione si schiera a metà strada tra Formigoni e la Lega. Il mio avversario è ovviamente Formigoni, che vincerà avviandosi a governare per vent’anni la Lombardia, ma non vedo differenze sostanziali tra i suoi programmi, le sue pratiche, e quelle di Penati.

Tutto vero, ma ti presenti con una sola parte della sinistra, un’altra è sul carro di Penati.
Io sono candidato presidente ma non andrò in consiglio regionale. La legge prevede questa opportunità. Questo per dirti che mi sono messo a disposizione per un progetto non di frammentazione ma di ricomposizione della sinistra. Perciò mi sono rivolto a intellettuali e operai, scenziati e insegnanti, ambientalisti e movimenti territoriali e la risposta che sto ricevendo è incoraggiante. Noi spieghiemo quale modello sociale si cela dietro l’Expò, che mette in movimento tanto la Compagnia delle opere quanto una parte delle Coop: quando manca l’opposizione viene meno il ruolo di sentinella del potere, vince la pratica consociativa che sempre più spesso sconfina nell’illecito, come vediamo in questi giorni. Noi proponiamo un altro percorso, diverse relazioni.

Da un lato c’è chi, come la Sel, sceglie di affiancarsi al Pd, dall’altro chi, come Rifondazione e la Federazione della sinistra, rischia di rinchiudersi in uno splendido isolamento che non esclude a priori tentazioni settarie. Non sarà che la tua candidatura nasce dall’idiosincrasia di Penati per la falce e martello?
Io con Penati non mi sarei mai presentato, qualunque schieramento l’avesse sostenuto. Mi pare che le parole migliori per spiegare la presenza di un candidato presidente e di una lista alternativa siano quelle di Moni Ovadia quando ha accettato di stare nel listino: «Tra zuppa e panbagnato scelgo di mangiare bene». Con questa logica mi rivolgo agli elettori di Sinistra e libertà, per dare un segnale diverso nel momento in cui persino nel gruppo dirigente della Sel ci sono divisioni e ripensamenti sull’errore commesso. Mi rivolgo a chi è impegnato nelle lotte per il lavoro, per la cultura, i beni comuni e anche agli elettori dell’Italia dei valori che in Di Pietro cercavano un’alternativa che ora vedono annacquarsi. Ho l’impressione che la mia venga percepita come una candidatura unitaria dalla sinistra lombarda.

Dici che dalla Lombardia vuoi mandare un segnale positivo alle forze di sinistra. Parti da una situazione difficile e frantumata. Persino dentro la Federazione della sinistra, dove ci si divede – solo per fare un esempio – anche sul congresso della Cgil.
Il segnale per un futuro diverso, perché sia efficace deve partire da un buon risultato elettorale: la Federazione sopra il 3% o il presidente sopra il 5%. Io penso che si possa ricostruire un percorso unitario, atonomo dal Pd e non settario e arroccato. Ogni tanto per saltare l’ostacolo bisogna alzare lo sguardo. Alzare lo sguardo anche rispetto al congresso della Cgil, per cercare al di là delle due mozioni le idee e i valori positivi che stanno nelle staordinarie lotte della Fiom in fabbrica, con i migranti e la Val di Susa, ma anche nella storia di Lavoro e società. Sennò come fai a riannodare i fili? Per tornare a noi: credo che a sinistra del Pd ci sia spazio per un solo polo, ma le strade autonome per costruirlo sono più d’una.

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> Il vero anti-Formigoni è Agnoletto.

Le inchieste svelano la politica del malaffare. E la debole opposizione di Penati
Lombardia, è Agnoletto il vero anti-Formigoni

di Stefano Galieni ( da Liberazione del 25 febbraio 2010)

Ugo Boghetta, segretario regionale del Prc in Lombardia, non nasconde una certa soddisfazione nell’illustrare le liste della Federazione della Sinistra per le elezioni regionali: «Candidando come presidente Vittorio Agnoletto – dice – proponiamo una persona che gode di stima e consenso guadagnati sia con il suo lavoro di medico che con l’impegno nei movimenti e nel parlamento europeo. Ma è l’intera lista che dimostra come esista una idea di Lombardia diversa tanto da quella prospettata da Formigoni quanto dal suo presunto antagonista Filippo Penati».

La regione che dovrebbe essere il motore dell’economia italiana è oggi in mano alla politica del malaffare tanto che risulta essere come quella più infiltrata, nel settentrione, dalle organizzazioni criminali. «Il sistema formigoniano sta emergendo in tutto il suo marciume – continua Boghetta – gli arresti del consigliere comunale Pennisi, dell’assessore regionale Prosperini sono solo alcuni degli elementi che dimostrano la profondità della metastasi». Un sistema in cui il baricentro è costituito dalle grandi opere, autostrade ed Expò, ad esempio, in cui gli appalti precipitano in un marasma totale. Economia illegale che si accompagna ed è collaterale alla totale privatizzazione di un ente pubblico come la Regione.

Basta analizzare la gestione della precedente amministrazione. Nella sanità, che costituisce la voce di bilancio maggiore, gran parte delle risorse vanno nelle robuste mani della Compagnia delle Opere, almeno il 50%, a cui si somma una parte consistente dei servizi. Un sistema di clientela tale che anche illustri operatori, non facendo parte della Compagnia, sono stati costretti ad emigrare. E’ di poco tempo fa la vicenda di un impiegato della Regione che, avendo scritto un libro critico sulla Compagnia delle Opere, si è ritrovato sospeso per un mese senza stipendio.

Ancora più disastroso è il fronte “scuola”. Il 90% dei fondi regionali è dato alle scuole private cattoliche che coprono poco più del 9% della intera popolazione scolastica. Per il resto prevale un sistema differenzialista governato dalla Lega Nord che spinge verso una involuzione incostituzionale. Ordinanze assurde come quella di Goito, in cui si pretende che i bambini della scuola materna debbano avere un “imprinting cattolico”, verranno bocciate al primo ricorso ma nel frattempo si traducono in danni ai bambini e in inutili sprechi.
Le cose non vanno certo meglio se si affronta la questione “trasporti”: «In ogni provincia si stanno costituendo movimenti spontanei di pendolari – racconta Boghetta – lavoratrici e lavoratori che, da un momento all’altro, si ritrovano privati del mezzo pubblico per recarsi al lavoro visto che al posto dei loro convogli passano i treni ad alta velocità».

A fronte di tutto questo, l’opposizione guidata da Filippo Penati è risultata debole e posticcia. Non c’è stata in Regione una reale opposizione, il Pd non ha nemmeno tentato di costruire un asse preferenziale con l’Udc come è avvenuto da altre parti. «Di fatto Penati ha scelto un debole profilo formigoniano, quasi una emulazione – afferma il dirigente del Prc – che ha creato nei suoi confronti ostilità diffusa». La Federazione della Sinistra ha perciò provato a costruire una alleanza con Sel e IdV, per spostare a sinistra il quadro programmatico con obiettivi comuni, ma non c’è stato nulla da fare. Le altre forze hanno preferito restare con il candidato del Pd, mostrando di fatto una debolezza programmatica e politica.
Si sono create quindi potenzialità enormi per concretizzare il dissenso su Penati e per ribaltare la logica del voto utile che elimina ogni forma di opposizione. «Il voto a Penati non è un voto utile – afferma Boghetta – non basterà però soltanto sostenere Agnoletto, come in molti hanno già dichiarato di voler fare, è necessario dare voti alla lista della Federazione della Sinistra affinché ci sia il maggior numero di consiglieri possibile in grado di fare una vera opposizione senza compromessi».

Come capolista gli elettori troveranno Luciano Muhlbauer, consigliere regionale uscente e impegnato da anni soprattutto nella difesa delle realtà più vulnerabili. Seguono Giovanni Pagliarini, sindacalista, e Basilio Rizzo, insegnante e consigliere comunale di Milano per la lista civica di Dario Fo. Sono ventuno in tutto i candidati tra cui molti impiegati e uno studente, nove le donne presenti.

Positivo anche il giudizio di Antonello Patta, segretario provinciale del Prc: «La nostra è una lista – sottolinea Patta – che rispecchia le battaglie che abbiamo fatto e che continueremo a fare in difesa dei lavoratori e dei diritti, in difesa dell’ambiente, per l’integrazione e per tutte quelle cause per cui lottiamo e lotteremo sempre e che ci contraddistinguono». A Milano fra gli altri sarà candidata Djiana Pavlovic, attrice serba di origine rom, a Bergamo sarà capolista Ezio Locatelli, ex parlamentare, a Varese, fra gli altri Hicham Mourtadi, nato in Marocco.

Infine stamattina verrà finalmente reso noto il “listino” del candidato presidente. Risulta che abbiano accettato di sostenere Vittorio Agnoletto personalità molto note del mondo della cultura, dell’informazione, della scienza, del lavoro. Un elenco che raccoglie i tanti e le tante voci di chi vuole vivere in un’altra Lombardia.

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